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AI: Il club esclusivo dove il codice è un segreto di Stato

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Immaginate di partecipare a un workshop di hacking dove il relatore vi spiega che l’exploit funziona, ma vi nega il payload perché «è proprietà intellettuale». Sarebbe assurdo, giusto? Eppure, questo è esattamente quello che sta succedendo nel cuore pulsante della rivoluzione dell’IA. Secondo un recente report di Science, le startup che stanno effettivamente guidando il progresso nel campo dell’intelligenza artificiale hanno smesso quasi del tutto di pubblicare ricerche. Se un tempo il settore viveva di paper su arXiv, pre-print e una sana dose di condivisione della conoscenza, oggi siamo di fronte a un muro di silenzio che farebbe impallidire i servizi segreti più esperti. Per chi mastica codice e algoritmi, questo è un segnale d’allarme rosso sangue. La forza dell’open source e della ricerca accademica è sempre stata la capacità di smontare, analizzare e migliorare ciò che gli altri costruiscono. Se le fondamenta di ciò che chiamiamo ‘intelligenza’ diventano scatole nere sigillate dietro mura di marketing e cavalli di battaglia legali, non stiamo più facendo progresso scientifico, stiamo solo pagando un abbonamento mensile per usare un prodotto che non capiremo mai davvero. Ovviamente, c’è la scusa del business. Le startup hanno investimenti da miliardi di dollari e devono proteggere il loro ‘vantaggio competitivo’. È la solita vecchia storia: trasformare la scienza in un asset proprietario per evitare che la concorrenza (o noi, gli appassionati di tutto ciò che è trasparente) capisca come funziona il trucco. Certo, restiamo con i piedi per terra: gran parte di questa dinamica avviene in Silicon Valley e sotto le leggi americane. Qui in Italia, tra burocrazia e fondi limitati, siamo spesso spettatori passivi di queste decisioni prese altrove. Tuttavia, l’impatto è globale. Se i modelli che useremo domani sono basati su ricerche che non possiamo leggere, l’intera community globale — inclusi i maker e i ricercatori che amano sporcarsi le mani con i pesi di un modello — si ritrova tagliata fuori dal processo decisionale. Non è solo una questione di etica o di filosofia della scienza; è una questione di controllo. Quando la ricerca diventa un segreto industriale, la tecnologia smette di essere uno strumento di empowerment per diventare un recinto chiuso. Speriamo solo che questo ‘black box era’ non finisca per soffocare l’innovazione che proprio la ricerca aperta ha alimentato finora. Perché un’intelligenza che non può essere verificata, alla fine, è solo un altro pezzo di software proprietario che spera che tu non faccia troppe domande. Source: AI's top startups are barely publishing their research

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Vision Pro: meno marketing, più mattoni (virtuali)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Scommetto che anche voi, quando guardate le planimetrie in 2D, provate la stessa sensazione di quando cercate di far girare un kernel custom su un hardware non supportato: un totale senso di smarrimento. Per molti, il Vision Pro è solo un costoso visore per guardare film in 3D o per fare quello che chiamano ‘spatial computing’, un termine che suona molto bene nei comunicati stampa ma che spesso non dice nulla di concreto. Però, c’è un caso che mi ha fatto saltare sulla sedia. Un developer, stanco di guardare rettangoli neri su un PDF mentre pianifica la sua nuova casa, ha deciso di usare la potenza di calcolo di Apple per fare qualcosa di veramente utile: costruire la sua futura abitazione in realtà aumentata. L’idea è geniale nella sua semplicità. Invece di chiedersi se quel corridoio sembrerà stretto come un vicolo del centro storico o se quel salone sia abbastanza grande per il divano, ha modellato tutto su Fusion 360. Ha estruso pareti, ha aggiunto texture e, la parte più divertente, ha ‘hackerato’ l’esperienza aggiungendo mobili presi direttamente dai modelli 3D di IKEA. Sì, avete letto bene: ha usato uno script Tampermonkey per scaricare i modelli 3D dei mobili IKEA e portarli nel suo mondo virtuale. Questo è il vero spirito maker. Ma la vera magia è il livello successivo. Sapendo che visualizzare un file statico è noioso quanto leggere un log di errori senza formattazione, ha usato quello che oggi chiamiamo ‘vibe coding’. Senza scrivere tutto il codice da zero (perché siamo onesti, chi ha tempo?), ha usato Claude e Codex per creare ‘Prospector’, un viewer custom. Il risultato? Un’applicazione che gli permette di camminare virtualmente nella sua casa, con supporto per i controller, skybox per non vedere solo il suo salotto attuale e persino una modalità ‘volo’ per esplorare gli ambienti dall’alto. È un uso del hardware che va oltre l’effetto ‘wow’ delle demo ufficiali. Non si tratta di mostrare quanto sia bella la risoluzione degli schermi, ma di usare la tecnologia per risolvere un problema reale: non sbagliare i calcoli prima di chiamare la ditta edile. Anche se il progetto è personale, il concetto è applicabile ovunque. Immaginate poter testare l’impianto idraulico di un appartamento o la disposizione di un ufficio prima ancora di spostare un solo mattone. Certo, non è ancora il kit definitivo per architetti professionisti, ma vedere come un utente comune abbia trasformato un visore premium in uno strumento di progettazione quasi professionale, bypassando le limitazioni del software standard, è esattamente il motivo per cui amiamo la tecnologia. È l’idea che lo strumento non è definito da chi l’ha costruito, ma da come noi decidiamo di piegarlo alle nostre necessità. Source: The coolest use for the Vision Pro

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