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Spider-Man: Brand New Day e l’ossessione per i big numbers

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

A meno che non siate dei veri fanatici del marketing con la passione per i fogli Excel, probabilmente non vi importa nulla dei ‘tracking’ del primo weekend di incasso. Eppure, la notizia che sta girando tra i corridoi di Hollywood (e che è spiaccicata su Gizmodo) è che «Spider-Man: Brand New Day» è destinato a inaugurare l’anno con il più grande debutto cinematografico della stagione. Sì, avete letto bene. Le proiezioni dicono che il sequel di Tom Holland farà numeri da capogiro, potenzialmente polverizzando ogni altro release in arrivo nel 2026. Per chi non mastica il linguaggio dei press-release della Disney, il concetto è semplice: secondo i primi algoritmi (che, ricordiamolo, si basano su dati predittivi spesso pieni di hype e fuffa), la gente accorrerà in sala come se fosse l’uscita di una nuova versione stabile di una distro Linux senza bug. Il titolo stesso, «Brand New Day», suggerisce un reboot o una pulizia totale della continuity, il che è un classico trucco per cercare di resettare un franchise che sta iniziando a sentire il peso degli anni e delle troppe iterazioni. Certo, noi che siamo abituati a guardare sotto il cofano delle cose, siamo un po’ scettici. Questi numeri sono spettacolari, ma sono basati su quanto l’hype riesca a gonfiare la bolla prima dell’uscita. È un po’ come quando un nuovo framework JavaScript viene annunciato con promesse di performance rivoluzionarie e poi, dopo due settimane di deployment, ti rendi conto che è solo un wrapper ancora più pesante del precedente. In Italia, poi, la faccenda è meno drammatica. Che Spider-Man faccia un miliardo di dollari o due, al nostro cinema cambierà poco, se non per il fatto che dovremo fare la fila per evitare gli spoiler sui social. La vera domanda non è quanto incasserà il venerdì sera, ma se la scrittura avrà la profondità di un commento su un thread di Reddit o se sarà l’ennesima sequenza di esplosioni preconfezionate per soddisfare gli azionisti. Speriamo bene, perché un po’ di buona qualità cinematografica non guasta mai, proprio come un codice pulito e ben documentato. Incrociamo le dita, ma teniamo un occhio critico attivo. Source: ‘Spider-Man: Brand New Day’ Is Projected to Have the Year’s Biggest Opening

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Far girare un mostro da 700 miliardi di parametri sul proprio PC: missione impossibile o genio puro?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

E se vi dicessi che potreste far girare un gigante da 744 miliardi di parametri direttamente sulla vostra workstation, senza dover chiedere un prestito in banca per noleggiare cluster di GPU in cloud? Sembra una follia, una di quelle promesse troppo belle per essere vere che solitamente finiscono con un crash di sistema e un caffè amaro. Eppure, Colibrì (o ‘Colibrì’ per gli amici) ci sta provando, e lo sta facendo con una grazia tecnica che merita un applaio. Il progetto, nato da un lavoro di ottimizzazione estrema, punta a far girare modelli della famiglia GLM/DeepSeek (e simili) usando tecniche che sfidano le leggi della fisica del silicio. Il trucco non è la forza bruta, ma l’astuzia. Invece di caricare tutto il peso del modello nella RAM — cosa che manderebbe in sofferta qualsiasi computer domestico — Colibrì utilizza una strategia di ‘streaming’ intelligente. Il modello viene letto dal disco, processato e poi scartato, quasi come se fosse un film in streaming su Netflix, invece di essere scaricato interamente sul disco fisso. Il cuore del miracolo è l’efficienza. Grazie a tecniche di quantizzazione spinta (portando i pesi a livelli bassissimi) e a una gestione magistrale del caricamento dei dati, l’autore è riuscito a far girare modelli che normalmente richiederebbero centinaia di GB di VRAM su hardware consumer. Non è tutto perfetto, ovviamente: la velocità di generazione è quella che si può immaginare per un sistema che deve leggere continuamente dal disco, ma l’idea di avere un ‘cervello’ così vasto accessibile localmente è rivoluzionaria. Perché dovrebbe interessarci? Perché in un mondo dove i giganti del tech ci tengono prigionieri in ecosistemi chiusi, dove ogni nostra interazione passa per i server di una multinazionale, avere la possibilità di far girare modelli pesantissimi in locale significa privacy, sovranità digitale e, soprattutto, libertà. Non hai bisogno di un supercomputer da milioni di euro; ti serve solo un disco veloce e un codice scritto con l’ossessione per l’ottimizzazione. Certo, non aspettatevi risposte istantanee come quelle di ChatGPT. Colibrì è un esperimento di ingegneria estrema, un esercizio di stile che spinge i limiti dell’hardware che già possediamo. È la dimostrazione che, quando la potenza di calcolo manca, l’intelligenza del codice può fare la differenza. È il trionfo del ‘fare tanto con poco’, una filosofia che non passa mai di moda, specialmente nell’era dell’open source. Source: Show HN: Getting GLM 5.2 running on my slow computer

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🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

“title”: “Hy3: L’ennesima frontiera dell’AI che ci farà sognare (o tremare)”, “excerpt”: “Tencent ha appena svelato Hy3, il nuovo progetto di ricerca che promette di ridefinire le capacità dei modelli linguistici. Vediamo se è il vero salto di qualità che aspettiamo o solo l’ennesimo hype da conferenza.”, “content”: “Avete presente quel momento in cui guardate un film di fantascienza e pensate: «Sì, questa tecnologia è decisamente troppo avanti per noi, ma vorrei comunque averla nel mio server domestico»? Ecco, con l’annuncio di Hy3 da parte di Tencent, quel momento sta diventando pericolosamente reale.nnSiamo nel pieno di una corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale che non accenna a fermarsi. Mentre noi qui ci perdiamo in discussioni su quale distro Linux sia la migliore per compilarci il kernel della vita, i giganti del tech stanno spostando l’asticella verso territori che sembrano usciti da un episodio di Black Mirror. Hy3 è l’ultima release di ricerca che sta facendo parlare di sé su Hacker News, e non è solo il solito aggiornamento di parametri per far sembraendo più intelligente un chatbot.nnMa di cosa parliamo esattamente? Senza entrare nel complicato gergo accademico che serve solo a far sentire intelligenti i recruiter, Hy3 sembra puntare tutto su una capacità di ragionamento e una gestione dei compiti complessi che va ben oltre il semplice «predire la prossima parola». Stiamo parlando di un tentativo di rendere l’AI capace di una pianificazione strutturata, quasi fosse un vero agente autonomo capace di navigare problemi che richiedono logica multi-step.nnCerto, c’è sempre un ‘ma’. Sappiamo tutti come funziona il gioco: questi modelli vengono addestrati su dataset che, spesso, sono dei giardini recintati digitali. È un ecosistema chiuso, orchestrato da un colosso che non è esattamente noto per la sua filosofia open-source. Mentre noi sogniamo modelli che possiamo far girare su un cluster di Raspberry Pi o su una vecchia workstation con una RTX 3090, questi progetti tendono a rimanere confinati in cloud proprietari, pronti a chiederci i crediti della carta di credito prima di darci un accesso decente.nnInoltre, essendo una ricerca che arriva direttamente da Tencent, l’impatto immediato per noi che scriviamo codice in un garage in Italia o in un ufficio a Milano è limitato. È una notizia che riguarda il cuore pulsante della ricerca globale, ma che ci ricorda quanto sia distante la democratizzazione reale di queste tecnologie. Per ora, Hy3 è una promessa affascinante, un pezzo di codice che ci dice che il futuro sta arrivando velocissimo. Speriamo solo che, quando sarà pronto, non sia un sistema progettato solo per monitorare i nostri input, ma uno strumento che possiamo davvero smontare, capire e, soprattutto, possedere.”, “tags”: [ “Artificial Intelligence”, “Tencent”, “Machine Learning”, “Tech News”, “Future Tech” ], *image_prompt”: “A digital art illustration in a cyberpunk, glitch-art style. A glowing, abstract neural network structure shaped like a brain, composed of cascading lines of code and circuit patterns. Deep blues, electric purples, and neon cyan colors. The mood is mysterious and high-tech, with a sense of overwhelming complexity and digital intelligence. High contrast, cinematic lighting, 8k resolution.” } Source: Hy3

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Logistica dell’esercito USA: quando l’ottimizzazione diventa un bug fatale

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Se pensate che il vostro setup server sia fragile perché dipende da un unico switch managed che non avete aggiornato da due anni, dovete assolutamente leggere quello che sta succedendo nelle stanze che contano a West Point. C’è un articolo recente su MWI che sta facendo discutere su Hacker News, e il tema è la logistica dell’esercito statunitense. In pratica, negli ultimi vent’anni, l’US Army ha seguito un mantra che noi nerd conosciamo fin troppo bene: l’ottimizzazione estrema. Hanno eliminato ogni spreco, ridotto le scorte al minimo indispensabile e costruito una catena di approvvigionamento che funziona come un orologio svizzero… ma solo se non succede nulla di imprevisto. Il problema è che questo modello è stato progettato per scenari «permissivi». Parliamo di zone dove le linee di rifornimento sono sicure, dove ci sono basi statiche protette e dove i contractor privati possono consegnare i pezzi di ricambio senza dover schivare droni o attacchi cyber. È un po’ come configurare un cluster Kubernetes in un ambiente super controllato, dove ogni nodo è prevedibile e i crash sono quasi impossibili. Funziona da Dio, finché non entra in gioco un fattore esterno imprevedibile. Ora, facciamo una piccola parentesi: siamo in Italia. Vedere parlare di strategie militari americane potrebbe farvi pensare: «E a me che me ne frega?». In realtà, la sostanza è universale. Il concetto di «glass backbone» (una spina dorsale di vetro, fragile e trasparente) descritto nel report è un monito su come l’eccesso di efficienza possa trasformarsi in un punto di fallimento unico. Quando tutto è interconnesso e ottimizzato per il costo minimo e il massimo throughput, basta un piccolo glitch nel sistema per far crollare l’intera infrastruttura. L’esercito si sta spostando verso operazioni in ambienti ostili, dove le linee di comunicazione e di rifornimento possono essere interrotte in qualsiasi momento. Se la vostra strategia di sopravvivenza dipende da un flusso costante di risorse che non possono subire ritardi, siete già morti, lo sapete e lo sappiamo. In sintesi: l’ossessione per il «just-in-time» e per la rimozione di ogni ridondanza ha creato un sistema che è un capolavoro di ingegneria… ma totalmente incapace di gestire il caos. È la lezione definitiva per chiunque gestisca infrastrutture critiche: la ridondanza non è uno spreco, è l’unico modo per evitare che il vostro sistema diventi un castello di carte pronto a esplodere al primo input non previsto. Source: The glass backbone: Why the Army's logistics will break in the next war

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Naruto Live-Action: preparate i fazzoletti (o le armi da lancio)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Preparate le vostre scorte di ramen e, se possibile, un buon antidoto per il mal di testa, perché la notizia che stavamo cercando di ignorare per anni è finalmente diventata realtà. Dopo anni di rumors, leak vaghi e quel senso di attesa che nemmeno l’aggiornamento di un kernel kernel critico senza backup, il live-azione di Naruto è ufficialmente in fase di casting. Destin Daniel Cretton, il regista che ci ha fatto vedere di cosa è capace con Shang-Chi, ha confermato che la ricerca degli attori è iniziata. Sì, avete letto bene. Non è un glitch nella matrice e non è un deepfake di qualche fan accanito su Reddit. Per chi è cresciuto tra le pagine di un manga o ha passato notti in bianco davanti alla TV aspettando di vedere un Rasengan, questa notizia è un mix letale di euforia e ansia da prestazione. Sappiamo tutti come finiscono queste cose: spesso Hollywood prende un capolavoro di narrazione e lo passa attraverso un tritacarne di CGI scadente e trame diluite per compiacere il mercato globale. È un po’ come quando provi a far girare un software pesantissimo su un hardware sottodimensionato: il risultato è un crash sistemico che ti lascia con l’amaro in bocca. Certo, avere un regista che mastica l’action con un certo grado di competenza potrebbe essere il nostro ‘patch di sicurezza’ contro il disastro totale. Se Cretton riuscirà a mantenere l’anima dei personaggi senza trasformarli in versioni sbiadite e troppo ‘pulite’ per il gusto del grande pubblico, potremmo trovarci davanti a qualcosa di veramente figo. Ma la sfida è enorme. Tradurre i poteri astratti, le dinamiche di clan e l’estetica iconica del mondo ninja in carne, ossa e effetti speciali credibili senza che sembri un episodio di un low-budget fantasy degli anni ’90 è un compito degno di un genio della programmazione che deve riscrivere un intero filesystem in assembly. Non aspettatevi che la notizia cambi la vostra vita quotidiana tra i vari uffici e la burocrazia italiana, ma se siete del giro, è un evento che merita un segnale in monitoraggio. Incrociamo le dita, ma teniamo le mani vicine alla tastiera: il rischio di un reboot fallimentare della saga è sempre dietro l’angolo. Speriamo solo che non decidano di applicare la solita logica dei grandi studio, dove tutto deve essere standardizzato, prevedibile e privo di quell’imprevedibilità che rendeva Naruto una leggenda. Restate sintonizzati, perché se il casting dovesse produrre dei disastri visivi, sarò il primo a scrivervi un post che farà sembrare un crash di Windows 95 una passeggiata di piacere. Source: The Live-Action ‘Naruto’ Movie Is Finally Happening, for Real

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Postgres in Rust? È il delirio di un maniaco o il futuro del database management?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Immaginate di decidere che, invece di restaurare un classico della letteratura, preferite riscriverlo interamente usando un linguaggio di programmazione diverso, sperando che il lettore non se ne accorga nemmeno. Sembra una follia degna di un cattivo di una serie Marvel, eppure è esattamente quello che sta succedendo nel mondo dei database. È apparso su Hacker News un progetto chiamato «pgrust», l’ambizioso tentativo di riscrivere PostgreSQL in Rust. E non parliamo di una piccola patch o di una libreria utility: stiamo parlando di riscrivere il cuore pulsante del database open source più amato (e usato) della storia. Per chi non mastica codice tutto il giorno, PostgreSQL è quel pilastro su cui poggia metà del web. È solido, è affidabile, è lo standard. Ma riscriverlo in Rust non è solo una questione di «fumo negli occhi» per chi ama l’hype del nuovo linguaggio del momento. L’obiettivo di pgrust è sfruttare la sicurezza della memoria di Rust e l’ausilio dell’AI per esplorare cambiamenti strutturali che nel codice C originale sarebbero troppo rischiosi o complessi da implementare senza far esplodere tutto. La cosa che mi ha fatto saltare sulla sedia, però, non è solo l’audacia, ma il risultato: il progetto sta già superando il 100% dei test di regressione di Postgres 18.3 su oltre 46.000 query. In pratica, pgrust si comporta esattamente come l’originale, ma con un motore sotto il cofano che punta a sogni proibiti come il multithreading nativo interno, un pooling delle connessioni integrato e una gestione del JSON che faccia sembrare l’attuale implementazione un reperto archeologico. Naturalmente, non tutto è oro quello che luccica. Il README è molto onesto (e qui apprezzo la trasparenza, niente fuffa da ufficio marketing): non è ancora pronto per la produzione, non è ottimizzato per le performance e le estensioni storiche come PL/Python al momento sono ancora nel limbo della compatibilità. È un progetto in fase embrionale, un esperimento di pura ingegneria. Certo, c’è chi dirà che è un inutile spreco di cicli CPU e tempo. Ma per noi che amiamo vedere le cose smontate e rimontate con componenti migliori, è una notizia che fa battere il cuore. Se riusciranno a mantenere la compatibilità con i dati esistenti (e lo fanno già!) e a portare la stabilità di Rust in un ambito critico come quello dei database, potremmo assistere a un cambio di paradigma totale. Insomma, non caricate subito i vostri dati critici su questo nuovo motore, ma tenetevi pronti: il futuro del database potrebbe avere un sapore decisamente più Rustacean. Source: Postgres rewritten in Rust, now passing 100% of the Postgres regression tests

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