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Grok 4.5: l’ennesimo assistente che vorrebbe fare il lavoro al posto nostro (ma con più stile)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Se contassimo ogni volta che un CEO di una big tech annuncia un modello ‘definitivamente più intelligente del precedente’, avremmo abbastanza energia per alimentare tutta la rete elettrica della Lombardia per i prossimi dieci anni. Eppure, eccoci qui: SpaceXAI ha appena sganciato Grok 4.5, e la promessa è quella di sempre, ma con un pizzico di cattiveria in più. Il focus di questa release non è solo il solito sparring verbale tra bot, ma qualcosa che noi che passiamo le notti a debuggare su terminalt oscuri chiamiamo ‘agentic tasks’ e ‘coding’. In parole povere, non si tratta solo di un chatbot che scrive poesie d’amore (e probabilmente anche un po’ sfacciate), ma di un modello progettato per muoversi autonomamente tra i file, eseguire script e gestire workflow complessi. È l’idea di avere un junior dev che non dorme mai, non chiede aumenti e non si lamenta se gli chiedi di rifare l’intera architettura del database alle tre di notte. Dal punto di vista tecnico, l’enfasi sul coding e sul ‘knowledge work’ suggerisce che stiano cercando di competere direttamente con i pesi massimi del settore. Se la promessa è mantenuta, potremmo trovarci davanti a uno strumento capace di analizzare repository enormi con una comprensione contestuale che fa sembrare i modelli dell’anno scorso dei semplici correttori ortografici evoluti. Certo, c’è sempre il classico retrogusto amaro che accompagna queste novità che arrivano dritte dagli USA. Mentre noi qui in Europa cerchiamo di capire come navigare tra i labirinti del regolamento AI Act senza finire in galera, la Silicon Valley continua a correre verso l’autonomia decisionale dei modelli, spesso ignorando completamente i confini di privacy o l’etica dei dati usati per l’addestramento. È quella solita corsa all’oro dove il proprietario della miniera decide le regole del gioco e noi siamo solo spettatori che sperano che il bot non decida che la soluzione al problema del traffico sia eliminare le auto. In definitiva, Grok 4.5 sembra un pezzo di hardware software estremamente affilato. Se riuscirà davvero a gestire task complessi senza allucinazioni creative degne di un episodio di Black Mirror, sarà una svolta incredibile per i maker e i dev. Se invece sarà solo un altro wrapper glorificato con un marketing aggressivo, beh, torneremo volentieri ai nostri script Python scritti male ma onesti. Restate sintonizzati, perché quando i test inizieranno a girare sui repository reali, capiremo se questo è il futuro o solo un altro trick di prestigio digitale. Source: Grok 4.5

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Addio Big Tech: Chatto è Open Source (e finalmente possiamo self-hostare in pace)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Quanto siamo stanchi di vedere i nostri dati trasformati in carne da macello per algoritmi che non abbiamo chiesto? Se la risposta è «tutti», allora fate un salto su GitHub perché è arrivata una notizia che profuma di libertà e di quel sano piacere che si prova quando si lancia un comando nel terminale e tutto funziona al primo colpo. Chatto, l’app di messaggistica su cui l’autore sta lavorando da un anno, è ufficialmente diventata Open Source. E non è la solita mossa di marketing per attirare star. Qui si parla di qualcosa che puoi scaricare, smontare, capire come funziona e, soprattutto, self-hostare. Sì, avete letto bene: puoi far girare il tuo server di chat sulla tua infrastruttura, senza dover chiedere il permesso a nessuno e senza che un bot in Europa o in California analizzi ogni tuo ‘ciao’ per venderti un paio di scarpe. La cosa che mi ha fatto saltare sulla sedia è la semplicità. Se usate Homebrew, basta un comando e siete già operativi. Il frontend è integrato, quindi non devi configurare mille dipendenze che ti mandano in crash il sistema. È leggero, è snello e, a differenza dei soliti competitor che sembrano pesanti come un intero dataset di addestramento per LLM, Chatto punta tutto sulla reattività. La privacy qui non è un optional scritto in una clausola minuscola del contratto d’uso; è strutturale. I dati sono criptati a riposo con chiavi per utente che vengono letteralmente tritate quando decidi di cancellare l’account. Un concetto che i colossi del settore trovano decisamente poco redditizio, ma che noi adoriamo. Inoltre, non c’è federazione tra server: ogni istanza è una sua entità, il che significa che se vuoi gestire diverse community, ti basta far girare più processi Chatto. Niente tracciamenti, niente analytics di terze parti, niente fuffa. Certo, l’autore ha previsto anche il piano «non ho voglia di configurare un server» con Chatto Cloud, un servizio di hosting pagato che promette di gestire tutto lui su infrastruttura europea. È un’idea onesta: zero pubblicità, zero abbonamenti premium con funzioni bloccate, solo hosting puro. E la cosa bella è che non sei prigioniero: puoi spostare i tuoi dati dal cloud al tuo server locale quando ti pare, senza quel fastidioso senso di claustrofobia digitale che ti assale quando provi a lasciare i grandi ecosistie proprietari. Siamo ancora alla versione 0.4, quindi aspettatevi qualche breaking change ogni tanto (preparate i backup, mi raccomando!). La roadmap punta alla 1.0 entro un anno, con un focus maggiore sulla moderazione e sulla stabilità. Se siete dei maker che amano sporcarsi le mani o se semplicemente volete un posto sicuro dove parlare con i vostri amici senza sentirvi osservati, Chatto merita un posto nel vostro stack. Il futuro è open, e preferibilmente self-hosted. Source: Chatto is now open source

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