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Google Workspace e il piano per ban ban ban Firefox: Benvenuti nel giardino recintato

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Se pensate che il piano di conquista del mondo di Google si limiti a raccogliere i nostri dati per farci vedere pubblicità mirata di scarpe da running, preparatevi a ricredervi. Il gigante di Mountain View sta alzando l’asticella della dominazione, e stavolta l’obiettivo è la vostra libertà di navigazione. La notizia che gira su Hacker News è una mazzata per chiunque creda ancora nel web aperto: Google Workspace sta iniziando a dare segnali inquietanti riguardo al blocco dell’accesso tramite Firefox. Sì, avete letto bene. Non è un bug, non è un problema di compatibilità temporaneo dovuto a un aggiornamento mal riuscito, è una vera e propria strategia di sbarramento. Per noi che mastichiamo codice e preferiamo i motori open source, questo è il classico segnale che l’ecosistema sta diventando un recinto dorato (ma con le sbarre d’acciaio). L’idea di fondo è che Google voglia che tutto avvenga nel suo ambiente controllato, dove Chrome è il re indiscusso e dove ogni estensione, ogni tracciamento e ogni feature può funzionare senza l’interferenza di un browser che, diciamo la verità, mette un po’ troppa privacy al primo posto. Certo, potremmo dire: «Ma tanto siamo in Italia, che differenza cambia?». La risposta è: tanta. Anche se le decisioni vengono prese nei board di Mountain View, l’impatto è globale. Se il tuo tool di lavoro, quello che usi per i fogli di calcolo, le mail e i documenti condivisi, decide che non sei abbastanza ‘compatibile’ perché usi Firefox, non è una questione di leggi locali, è una questione di sopravvivenza digitale. Se sei costretto a usare Chrome perché altrimenti non lavori, la tua autonomia è morta. È la stessa dinamica che vediamo con altri servizi proprietari che ti trascinano dentro un ecosistema da cui è impossibile uscire senza perdere tutto il tuo lavoro o la tua cronologia. È un ecosistema che si auto-alimenta: più ti chiudono in un angolo, più ti senti obbligato a restare lì per non complicarti la vita. Possiamo definirla una mossa da ‘villain’ aziendale di quelli classici, quelli che sorridono mentre ti spiegano come questa scelta sia ‘per migliorare la tua esperienza utente’. Spoiler: non lo è. È solo un modo per assicurarci che non ci sia un’altra porta d’uscita verso un web più libero e meno tracciato. Preparate i terminali e i vecchi script di automazione, perché la guerra per la compatibilità è appena diventata molto più personale. Source: Google workspace threatening to block Firefox access

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Norway vs AI: Quando la paura del futuro incontra la scuola elementare

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Avete presente quel momento in cui provate a spiegare a vostro nonno che il cloud non è un fenomeno meteorologico e che i dati non galleggiano davvero sopra le nuvole? Ecco, la Norvegia ha appena deciso di adottare esattamente lo stesso approccio, ma applicandolo alle scuole elementari. Secondo le ultime notizie, il governo norvegescia sta imponendo una sorta di quasi-divieto all’uso dell’intelligenza artificiale nelle scuole primarie. Il motivo? Una combinazione di preoccupazioni sulla privacy, rischi di bias e, comprensibilmente, quel sano timore che i ragazzini smettano di usare il cervello per delegare tutto a un LLM che sembra un mix tra un assistente gentilissimo e un sociopatico. Sia chiaro, l’idea di proteggere i bambini dai rischi del web non è una cavolata. La gestione dei dati dei minori è un campo minato e, se parliamo di algoritmi addestrati su dataset che sono un ammasso di pregiudizi umani, il rischio che un bambino cresca con una visione distorta della realtà è reale. Però, c’è un «ma» grande come un server farm in Islanda. Provare a schermare la scuola dall’evoluzione tecnologica è un po’ come cercare di fermare l’avanzata dei Borg con un pezzo di carta stagnola. Certo, noi in Italia siamo abituati a leggi che arrivano con una latenza degna di una connessione 56k, quindi un divieto norvegese non cambierà la nostra quotidianità tra i banchi di scuola. Tuttavia, la notizia è un segnale importante sul clima globale. Stiamo assistendo a uno scontro tra chi vuole costruire argini e chi vuole imparare a navigare le tempeste. Ignorare lo strumento non insegna a usarlo in modo critico; insegna solo a temerlo. Il rischio concreto non è che i bambini diventino dei super-hacker in un pomeriggio, ma che si crei un divario enorme tra chi sa manipolare questi modelli e chi ne è solo un utente passivo e manipolabile. Invece di vietare, non sarebbe stato meglio insegnare a capire come funziona il prompt engineering o come identificare un deepfake? Invece di blindare le aule, potremmo insegnare a decodificare il codice. In definitiva, la Norvegia ha scelto la via della prudenza estrema. È una scelta legittima, ma spero che non si trasformi in una fuga dalla realtà tecnologica. Perché, alla fine della giornata, il codice non si ferma per nessuno, nemmeno per un decreto ministeriale. Source: Norway imposes near ban on AI in elementary school

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