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Ozempic: meno carboidrati, più rage mode? La scienza si interroga sul patch biologico

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

E se vi dicessi che il prossimo grande aggiornamento del firmware umano potesse, insieme alla perdita di peso, includere un buff non richiesto all’aggressività? Seguendo il trend che sta travolgendo il mondo (e il portafoglio di mezza Hollywood), l’Ozempic è diventato il protagonista di ogni conversazione. Ma l’ultima news che arriva da Gizmodo non parla di calorie o di estetica, quanto di un potenziale legame tra questo farmaco e un aumento dei comportamenti violenti. In pratica, gli stessi meccanismi che ‘spegnono’ il segnale della fame nel cervello potrebbero, per errore di programmazione biologica, interferire con i circuiti che regolano l’impulsività e l’aggressività. Per chi mastica un po’ di neuroscienze (o semplicemente ama capire come funzionano i processi decisionali), la questione è intrigante quanto inquietante. Se il farmaco agisce sui circuiti della ricompensa e della dopamina per ridurre il craving, è evidente che stiamo toccando dei tasti sensibili del nostro ‘sistema operativo’ interno. È come se, cercando di patchare un bug nel modulo ‘appetito’, finissi per corrompere i file della cartella ‘controllo degli impulsi’. Un errore di indirizzamento della memoria biologica, in breve. Dal mio punto di vista, questa non è la solita fuffa da titolo clickbait, anche se va presa con le pinze finché i dati non saranno peer-reviewed e solidi. Tuttavia, la cosa mi fa riflettere su quanto sia fragile il nostro equilibrio chimico. Noi che passiamo le notti a scrivere script per automatizzare processi o a smanettare con l’IA, siamo abituati a cercare l’ottimizzazione. Ma l’ottimizzazione estrema, quella che taglia i costi o riduce i pesi, porta quasi sempre dei side-effect non documentati nel changelog. Cosa significa per noi che amiamo la biologia sintetica o la bio-hacking? Significa che stiamo entrando in un’era in cui la ‘manutenzione’ del corpo umano diventerà un campo di sperimentazione selvaggia. Se iniziamo a usare i farmaci come se fossero dei modificatori di statistiche in un GDR, dobbiamo essere pronti a gestire le conseguenze del codice sporco. Non vorrei mai trovarmi in un mondo dove l’unico modo per restare in forma è rischiare di entrare in modalità ‘Berserker’ ogni volta che qualcuno ti taglia la strada nel traffico. In conclusione: per ora, restiamo concentrati sul modellare in 3D o sul debuggare i nostri progetti CNC. Almeno, quando un codice crasha, sappiamo esattamente quale riga di comando ha causato il problema, senza dover temere che la nostra dopamina sia andata in overflow. Source: Scientists Find Intriguing Link Between Ozempic and Violent Behavior

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Apple e il trucco dei puntini magici: come non vomitare mentre smanetti in auto

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Smettetela di fissare il codice mentre l’auto affronta le curve, a meno che non vogliate trasformare il vostro MacBook in un distributore di bile. Se siete come me, passate ore a debuggare script o a modellare mesh su Blender anche quando non dovresti. Il problema è che, quando sei in viaggio e il tuo corpo sente la curva ma i tuoi occhi sono incollati a uno schermo statico, il cervello va in crash. Il risultato? Quel fastidissimo conflitto sensoriale che ti fa sentire la colazione che risale la gola. Ma sembra che i geni di Cupertino abbiano trovato una soluzione che sembra uscita da un tutorial di Unity degli anni 2000: i «Vehicle Motion Cues«. L’idea è, in parole povere, una genialata quasi stupida. Apple usa l’accelerometro e il giroscopio del dispositivo per far muovere dei piccoli puntini neri lungo la periferia dello schermo. Se l’auto sterza a destra, i puntini scorrono verso sinistra; se freni, si spostano in avanti. In pratica, stanno dando al tuo sistema visivo un feedback di movimento che va in sincronia con quello che il tuo orecchio interno sta percependo. È come aggiungere un layer di realtà aumentata minimale per ingannare il tuo midollo spinale. E la cosa assurda è che funziona. Davvero. L’autore dell’articolo originale racconta di essere riuscito a scrivere recensioni da 1000 parole mentre viaggiava in camper senza finire con la faccia nel sedile. Per noi che amiamo lavorare ovunque ci sia una batteria e una connessione, questa è una win enorme. Dal punto di vista tecnico, la cosa interessante è che è tutto gestito tramite i sensori che abbiamo già nei dispositivi. Non serve hardware esterno, è puro processing di dati inerziali. Ovviamente, c’è il solito tocco Apple: è una feature di accessibilità, quindi è sepolta sotto tre livelli di menu (Accessibility -> Touch -> Back Tap per chi vuole attivarla velocemente con un doppio tocco sul retro dell’iPhone). Certo, c’è un piccolo ‘but’. I puntini possono diventare fastidiosi su tratti rettilinei dove restano immobili, coprendo potenzialmente parti di mappe o testo. Un fix che potremmo implementare noi con un semplice script di trasparenza, no? Però, onestamente, rispetto al dover scegliere tra leggere un libro su Kindle e vomitare sul passeggero accanto, preferisco i puntini. In breve: se avete iOS 18 o superiore, provateli. È una soluzione low-tech (nel senso di UI) ma estremamente efficace per estendere la nostra sessione di lavoro (o di gaming su Godot) anche in movimento. Solo non aspettatevi che Apple risolva il vero problema: il fatto che i cavi del caricatore siano sempre troppo corti. Source: Apple's weird anti-nausea dots cured my car sickness

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HPE lancia la bomba: un anno di software gratis per far saltare VMware

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Il mercato della virtualizzazione sta diventando un campo di battaglia degno di un titolo arcade degli anni ’90, ma con budget infiniti e meno pixel colorati. Se pensavate che la guerra tra vendor fosse solo una questione di fogli Excel e contratti snervanti, preparatevi, perché HPE ha appena deciso di lanciane una grossa. La notizia, che sta facendo discutere su Ars Technica, è che HPE sta cercando di attirare i naufraghi della migrazione VMware offrendo un anno intero di software gratuito. In pratica, stanno dicendo: «Ehi, vieni qui, prova la nostra soluzione VM Essentials senza che il tuo budget aziendale esploda immediatamente». Per chi di noi ha passato notti intere a configurare hypervisor o a cercare di far girare macchine virtuali su hardware che sembrava destinato alla raccolta differenziata, la situazione è chiara. Dopo i cambiamenti di licenza di VMware (che hanno fatto disperare molti, non solo i sysadmin ma anche noi che amiamo l’open source e la libertà), HPE ha visto l’opportunità perfetta per colpire dove fa più male: il portafoglio. Ma andiamo al sodo. È una mossa geniale o solo una manovra per creare altro vendor lock-in? Dal punto di vista di chi ama smanettare e capire come girano gli ingranaggi, l’idea di avere software gratuito è sempre una boccata d’aria fresca. Tuttavia, sappiamo tutti come funziona il gioco. L’anno gratis è il ‘cavallo di Troia’ per portarti dentro il loro ecosistema. Una volta che hai configurato tutta la tua infrastruttura, i tuoi script e i tuoi workflow su HPE, cambiare di nuovo diventerà un incubo degno di un bug in un codice scritto in C senza un solo commento. Per noi maker e appassionati di automazione, questa notizia è interessante perché indica che il mercato si sta muovendo. Se la concorrenza aumenta, le alternative diventano più accessibili. Anche se non gestiremo mai un data center enterprise nel garage accanto alla nostra stampante 3D, vedere un gigante che prova a scardinare un monopolio è sempre stimolante. In sintesi: meno hype inutile, più sostanza e meno licenze che costano quanto un set di lame per CNC. Restiamo con gli occhi aperti per vedere se dopo dodici mesi HPE continuerà a sorridere o se inizierà a mandare fatture che ci faranno desiderare di tornare al buon vecchio retrocomputing, dove l’unica cosa che dovevi pagare era la bolletta della luce per tenere acceso il Commodore 64. Source: Year of free HPE software a “step in the correct direction” in VMware rivalry

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Meta e la follia dell’AI: stanno smantellando l’ingegneria per nutrire il mostro?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Immaginate di avere un laboratorio pieno di prototipi funzionanti, stampanti 3D tarate al millimetro e un set di oscilloscopi che non vi abbandonano mai, e di decidere di buttare via metà dei componenti per far spazio a un unico, enorme server che genera immagini di gattini con sei dita. Sembra un delirio da eccesso di caffeina durante una maratona di coding notturna, ma è esattamente la direzione che Meta sta prendendo. Secondo quanto emerso da recenti report, la leadership del colosso dei social sta lanciando una vera e propria vera ‘offensiva’ basata sull’IA, ristrutturando l’intera organizzazione engineering con una frenesia che definire ‘aggressiva’ è un eufemismo. Il succo della questione è questo: l’hype per l’intelligenza artificiale è diventato così tossico da giustificare, agli occhi del management, una ristrutturazione radicale che rischia di cannibalizzare le competenze ingegneristiche classiche. Non si tratta solo di aggiungere qualche modello linguistico al codice, ma di spostare risorse, persone e focus in modo tale da dare priorità assoluta alla corsa all’IA, lasciando potenzialmente inేcuria le fondamenta infrastrutturali che tengono in piedi il resto del castello. Da smanettone che ha passato ore a cercare di far girare modelli pesantissimi su hardware decisamente sottodimensionato, trovo questa cosa profondamente inquietante. Quando il management smette di guardare alla solidità dell’architettura e inizia a guardare solo al ‘next big thing’ dell’IA, accade sempre la stessa cosa: il debito tecnico esplode. È come se cercassi di potenziare il motore di una CNC per farla andare a 500 km/h senza aver mai controllato se i cuscinetti reggono la coppia. Per noi che amiamo costruire cose che funzionano, questa è la classica deriva ‘corporate-speak’ dove la visione strategica ignora la realtà fisica del codice e dell’hardware. Se sacrifichi la profondità ingegneristica sull’altare dell’hype, alla fine ti ritrovi con un sistema che sembra magico ma che crolla alla prima vera sfida di scalabilità o di sicurezza. Cosa significa per noi? Che mentre i giganti del tech giocano a Russa con la propria infrastruttura, noi dobbiamo continuare a puntare sulla solidità. Il valore sta nella comprensione profonda dei sistemi, non nel saper urlare i prompt giusti. Mentre Meta rischia di autodistruggere la propria capacità di innovare ‘reale’ per inseguire l’automazione, noi teniamo stretto il controllo del nostro codice, dei nostri circuiti e della nostra indipendenza. Perché un’IA che gira su un’infrastruttura che cade a pezzi non è futuro, è solo un glitch molto costoso. Source: Is Meta destroying its engineering organization?

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