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Il ritorno del passato: quando il CSS moderno incontra un motore di rendering dell’età della pietra

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Avete presente quella sensazione di onnipotenza che provate quando il vostro codice passa tutti i test, il linter non urla e il build è finalmente verde? Ecco, dimenticatela. Se usate i dispositivi Kobo, la realtà è molto più cruda e decisamente meno logica. Recentemente è emersa una storia che è un vero incubo per chiunque ami gli standard aperti e la pulizia del codice. Un autore ha pubblicato un nuovo eBook, tutto in regola, superando l’epubcheck con la grazia di un robot senza bug. Eppure, per i lettori Kobo, il file risultava ‘corrotto’. Il colpevole? Non è un errore nel file, ma un pezzo di tecnologia fossile: il RMSDK di Adobe. Parliamo del motore di rendering che Kobo usa ancora oggi, una roba che sembra uscita da un setup retrocomputing degli anni 2010. È il cuore di Adobe Digital Editions, quel software che tutti usiamo solo perché dobbiamo, un monumento al DRM e alla pesantezza software. Il problema è che questo motore è rimasto congelato nel tempo. Mentre noi ci divertiamo a usare CSS moderni, Flexbox, Grid e funzioni matematiche avanzate, il parser di Adobe si blocca non appena vede qualcosa che non appartiene al suo mondo preistorico. In questo caso specifico, una riga di CSS totalmente valida — una semplice funzione ‘min()’ per gestire la larghezza di un’immagine — è stata interpretata come un errore fatale. Il risultato? Nessun messaggio d’errore utile, solo un silenzioso e frustrante crash del file. Da smanettone, trovo questa cosa assolutamente inaccettabile. Siamo nel 2026! Se un software non riesce a gestire un’istruzione CSS standard senza dichiarare il fallimento totale, non è un software, è un timer a scadenza che aspetta solo di esplodere. È il classico esempio di vendor lock-in mascherato da ‘compatibilità’: Kobo si aggrappa a un motore proprietario e vecchio di un decennio, e noi siamo costretti a scrivere codice ‘povero’ e antiquato solo per non far piangere il loro parser. Per noi che amiamo smontare le cose e capire come funzionano, questo è un promemoria brutale: non potete fidarvi solo degli standard ufficiali se sotto il cofano c’è un motore che gira ancora a vapore. Se volete che le vostre creazioni (che siano eBook o script per una CNC) funzionino ovunque, dovete testarle contro il peggior scenario possibile. Dovete sottoporle al ‘tritacarne di Adobe’. In conclusione: meno hype sui nuovi standard e più attenzione alla robustezza dell’implementazione. Finché le grandi corporation continueranno a preferire il controllo del DRM alla qualità dell’esperienza utente, saremo sempre costretti a scrivere codice come se fossimo ancora nel 2013. Una vera tristezza per chi ama l’innovazione. Source: Your ePub Is fine

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Smettetela di scorrere i feed: cosa state combinando davvero nel vostro garage?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

C’è un momento preciso, di solito intorno alle tre del mattino, in cui la luce blu del monitor è l’unica cosa che separa il tuo progetto dal fallimento totale e il tuo cervello dal collasso nervoso. È quel momento in cui smetti di leggere le news aziendali piene di buzzword inutili e cerchi solo qualcuno che stia combattendo la tua stessa battaglia contro un bug impossibile o un motore passo-passo che non ne vuole sapere di girare. Il thread di Hacker News di giugno 2026 è appena uscito e, come ogni mese, è la nostra dose di dopamina pura. Niente comunicati stampa patinati sulla ‘rivoluzione dell’AI generativa nel cloud’ o annunci di acquisizioni che servono solo a gonfiare i titoli in borsa. Qui la domanda è nuda e cruda: «What are you working on?». Una domanda che, per noi che passiamo il tempo a modellarci pezzi in Blender o a cercare di far girare emulatori di Commodore 64 su hardware moderno, ha un peso tutto diverso. Ho scorso i commenti e, come sempre, è un mix meraviglioso di genialità e puro caos. Si parla di gente che sta scrivendo kernel personalizzati, di maker che stanno perfezionando estrusori per stampanti 3D fatti con pezzi di recupero e di dev che stanno cercando di addestrare piccoli modelli linguistici locali per gestire l’automazione della propria domotica senza mandare i dati in mano ai giganti del tech. È il rifugio sicuro contro il vendor lock-in che sta soffocando l’industria. Per noi che amiamo mettere le mani in pasta, questo thread è fondamentale. Ci ricorda che la vera tecnologia non è quella che compri su Amazon con un click, ma quella che costruisci, smonti e riprogrammi secondo le tue regole. È l’orgoglio di chi preferisce scrivere uno script in Python per automatizzare un task noioso piuttosto che pagare un abbonamento mensile a un software proprietario che non ti permette nemmeno di vedere il codice sorgente. Certo, ogni tanto spunta fuori qualche idea che sembra uscita da un episodio di Black Mirror andata male, ma è il prezzo che paghiamo per vivere sulla frontiera. Se state lavorando a qualcosa che richiede più caffè di quanto ne possiate consumare, o se il vostro progetto attuale è solo un ammasso di cavi disordinati e codice scritto con l’aria di chi ha dimenticato come si usa la documentazione, sappiate che siete nel posto giusto. Quindi, cos’è che vi tiene svegli? State perfezionando quel motore CNC o state finalmente riuscendo a far compilare quel vecchio progetto C++ senza mille errori di memoria? Fatevi sentire, prima che l’hype del prossimo grande framework ci travolga tutti. Source: Ask HN: What are you working on? (June 2026)

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Il tuo archivio digitale sta morendo (e kage può salvarlo)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Smettetela di credere che Internet sia eterno. Ogni secondo, un sito web muore, un database si corrompe o un servizio cloud decide che la tua subscription è scaduta. Stiamo vivendo in un’epoca di estrema fragilità digitale: ci affidiamo a piattaforme che non possediamo, su infrastrutture che non controlliamo, con la speranza che un domani qualcuno non decida di spegnere l’interruttore. È qui che entra in gioco kage, un progetto che mi ha fatto saltare sulla sedia. Non è il solito scraper che scarica HTML spazzatura; è uno strumento che mira a catturare l’essenza di una pagina web e renderla permanentemente tua, offline, pulita e priva di tutto quel rumore inutile (tracciatori, pubblicità invasiva, script di monitoraggio) che rende la navigazione moderna un inferno di telemetria. Il funzionamento è quasi poetico nella sua efficacia. kage non si limita a copiare il codice; simula una navigazione reale, aspetta che il contenuto si carichi e poi ‘congela’ la pagina, ricostruendola in una versione snellita e autosufficiente. Il risultato? Un archivio di pagine che funzionano anche senza connessione, dove l’unico tracciamento presente è quello della tua stessa curiosità. Cosa mi ha colpito davvero? La filosofia del ‘packing’. kage ti permette di impacchettare intere porzioni di web in formati che puoi conservare su un hard disk esterno o su un server locale. Puoi creare il tuo personale Wikipedia personale, o un archivio di documentazione tecnica che non dipenda dal fatto che l’azienda produttrice decida di spostare tutto dietro un paywall o, peggio, chiudere i battenti. Certo, non è una bacchetta magica. Non è un sostituto per una strategia di backup strutturata, e richiede comunque un minimo di competenza per gestire i flussi di lavoro. Ma l’idea di poter generare file .zim o strutture di pagine pronte per essere consultate in un bunker digitale è troppo potente per essere ignorata. In un mondo dove tutto è ‘as-a-service’ e la proprietà digitale è un miraggio, avere uno strumento che ti permette di riprendere possesso dei contenuti che ritieni preziosi è un atto di resistenza. kage non è solo un tool; è un’assicurazione sulla vita per la tua memoria digitale. Source: Show HN: Kage – Shadow any website to a single binary for offline viewing

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