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Keiretsu e Conglomerati: perché in Giappone fanno tutto, anche quello che non serve

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Immaginate di svegliarvi, accendere un microonde che però è anche un terminale per il trading azionario, e scoprire che l’azienda che ha prodotto il tuo chip è la stessa che gestisce la logistica dei pacchi che hai ordinato ieri. Sembra il delirio di un algoritmo di IA andato in loop, ma è la realtà della struttura industriale giapponese. Recentemente è uscito un pezzo interessante che analizza la logica interna di queste corporation che sembrano fare tutto, dal software avanzato alla produzione di bulloni, senza una vera specializzazione apparente. Mentre noi nel mondo tech siamo ossessionati dal concetto di «niche focus» — ovvero: o fai solo database, o fai solo motori grafici, o fai solo compilatori — i giganti nipponici giocano a un altro sport. Il segreto sta nel concetto di interconnessione. Non è che siano matti e decidano di vendere yogurt e satelliti per puro gusto del caos. C’è una logica di ecosistema, di protezione reciproca e di diversificazione estrema che rende queste aziende quasi impossibili da abbattere. È un po’ come un progetto enorme in Blender dove, invece di avere un solo oggetto, hai una scena con milioni di particelle che però sono tutte collegate da vincoli (constraints) invisibili. Se crolla un nodo, la struttura tiene perché il carico si ridistribuisce. Dal punto di vista di chi ama smanettare, questa cosa è affascinante ma anche un po’ frustrante. Da una parte, l’idea di un ecosistema integrato è il sogno di ogni maker: immagina se ogni componente che compri avesse un firmware perfettamente compatibile con tutto il resto della tua officina. Dall’altra, è l’antitesi del nostro spirito hacker. Noi amiamo scomporre, isolare il problema, cambiare modulo, sostituire la scheda madre con una più potente. Il modello giapponese è un monolite: è robusto, è massiccio, ma è difficile da ‘modding’ senza dover riscrivere l’intero sistema operativo della tua vita. Per noi che viviamo tra code di Python, stampanti 3D e circuiti custom, questo ci insegna una cosa: la specializzazione estrema è un’arma a doppio taglio. È fantastica per l’innovazione rapida, ma ti lascia scoperto quando il tuo unico fornitore decide di cambiare licenza o chiudere i server. Forse, in fondo, un po’ di quel caos strutturato giapponese potrebbe servirci per non far implodere i nostri progetti quando un singolo componente diventa obsoleto. In definitiva, non è una strategia perfetta, ma è sicuramente meno noiosa del solito pattern di ‘startup che muoiono dopo sei mesi perché hanno cercato di fare troppo poco’. Source: Why Japanese companies do so many different things

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