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Bambu Lab vs. La Libertà: Louis Rossmann entra in arena (e porta il portafoglio)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Comprare un pezzo di hardware e pensare di possederlo è diventato un atto di fede che sta per essere messo alla prova dai tribunali. Se pensavate che il vendor lock-in fosse un problema limitato solo alle stampanti multifunzione o ai software in abbonamento, preparatevi, perché la situazione con Bambu Lab sta prendendo una piega decisamente distopica. Il punto della questione? Un developer indipendente, Pawel Jarczak, ha visto il suo progetto «OrcaSlicer-BambuLab» oscurato dopo una minaccia di ‘cease and desist’ da parte di Bambu Lab. La scusa ufficiale? Un carico eccessivo di richieste non autorizzate ai loro server cloud. In pratica, Bambu Lab dice che l’integrazione tra il loro hardware e il software open-source sta intasando l’infrastruttura. Tradotto dal corporate-speak: «Vogliamo che usiate solo il nostro ecosistema chiuso e controllato, e se provate a fare diversamente, vi blocco l’accesso». Qui entra in scena il leggendario Louis Rossmann. Se lo seguite, sapete che non è il tipo che sta zitto quando vede un gigante che calpesta i diritti di riparazione (Right to Repair). Rossmann non si è limitato a un post di protesta su YouTube: ha messo sul piatto 10.000 dollari per coprire le prime spese legali di Pawel, nel caso decidesse di resistere e riportare il fork di OrcaSlicer su GitHub. Il messaggio per Bambu Lab è stato chiaro, diretto e privo di qualsiasi eufemismo aziendale: «Andate a farvi fottere. Prendetevi qualcuno della vostra taglia». Per noi che passiamo le serate a calibrare estrusori, modificare firmware o progettare parti in Blender, questa non è solo una disputa legale tra programmatori. È un attacco al cuore della nostra cultura. Noi compriamo macchine per smanettarle, per migliorarle, per farle girare con software che ci permetta di avere il controllo totale. Se accettiamo che un produttore possa decidere quali script o quali interfacce third-party sono ‘pericolosi’ solo perché non passano attraverso il loro cloud, allora non siamo più proprietari dei nostri oggetti, siamo solo inquilini di un ecosistema che può decidere di licenziarci in qualsiasi momento. Le stampe Bambu Lab sono macchine incredibili, non possiamo negarlo, ma la tendenza a rendere i componenti non sostituibili (ricordate le aste di carbonio non sostituibili della X1 Carbon?) e l’uso di componenti incollati è un segnale d’allarme enorme. Se la battaglia legale dovesse partire, saremmo tutti coinvolti. Non serve essere un avvocato; basta un paio di dollari per sostenere la causa. Perché se perdiamo il diritto di controllare il software che muove i motori della nostra stampante, la prossima mossa sarà bloccare l’uso di filamenti non brandizzati o, peggio, richiedere una licenza mensile per ogni nuovo layer stampato. Restate sintonizzati, perché questa guerra tra il cloud proprietario e il codice libero si preannuncia epica. E spero vivamente che i server di Bambu Lab reggano, perché la libertà di smanettare non ha prezzo (ma se serve, Rossmann ha già pronto il fondo legale). Source: Louis Rossmann offers to pay legal fees for a threatened OrcaSlicer developer

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Hardware Attestation: Il nuovo recinto digitale per chi ama smanettare

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Vi siete mai sentiti come degli inquilini in una casa che, a metà notte, decide di cambiare la serratura e dirvi che non potete più entrare in cucina perché la vostra chiave non è ‘certificata’? Ecco, è esattamente quello che sta succedendo al nostro hardware. Semplificando il gergo tecnico (che tanto amiamo, ma che qui serve solo a mascherare cattive intenzioni), l’Hardware Attestation è quel processo con cui un componente elettronico ‘dimostra’ di essere esattamente quello che dice di essere, tramite una firma digitale crittografica. In teoria, è una figata: serve a garantire che il firmware non sia stato manomesso da un malware bastardo. In pratica, sta diventando il nuovo recinto per il vendor lock-in definitivo. Il punto sollevato da GrapheneOS è pesantissimo: l’attestazione hardware sta evolvendo da strumento di sicurezza a abilitatore di monopoli. Se un servizio o un’app può decidere di funzionare solo se il tuo hardware presenta una specifica ‘certificazione’ che solo il produttore originale può emettere, che fine fa la libertà? Che fine fa la possibilità di flashare una ROM custom, di modificare il bootloader o di usare componenti compatibili ma non ‘brandizzati’? Per noi che passiamo le serate a far girare controller retro su Raspberry Pi, a modificare macchine CNC con schede controller alternative o a cercare di far dialogare vecchi pezzi di ricambio con nuovi script Python, questa è una notizia pessima. Se l’ecosistema si chiude su se stesso tramite una verifica hardware blindata, l’innovazione dal basso muore. Non potremo più ‘aprire’ le cose per vedere come sono fatte, perché il sistema si rifiuterà semplicemente di eseguire il codice se non riconosce la firma del padrone di casa. È la morte del DIY (Do It Yourself) come lo conosciamo. Non è solo questione di privacy, è questione di proprietà. Se non puoi controllare l’integrità del software che gira sul tuo silicio senza chiedere il permesso a un server remoto di una multinazionale, allora quel silicio non è veramente tuo. È solo in prestito, con clausole scritte in caratteri minuscoli dentro un protocollo crittografico. Quindi, la prossima volta che leggete di ‘nuovi standard di sicurezza hardware garantita’, non fatevi incantare dal marketing. Spesso, sotto quella patina di protezione, si nasconde solo un altro lucchetto per impedire a noi smanettoni di fare quello che sappiamo fare meglio: rompere le regole e costruire qualcosa di nuovo. Source: Hardware Attestation as Monopoly Enabler

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