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Anthropic ha smesso di fare la difficile: Claude via CLI è di nuovo in pista

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Quanto può durare la frustrazione di un developer che vuole solo automatizzare i propri task senza dover aprire mille tab nel browser? Poco, a quanto pare, perché Anthropic ha deciso di rimettere in riga i propri limiti (o almeno di allentarli). Se seguite i thread su Hacker News, avrete capito che per un po’ la situazione con l’uso di Claude tramite interfacce tipo OpenClaw era diventata una zona grigia degna di un film noir. Non era esattamente un divieto esplicito, ma c’era quell’aria di ‘se lo fai, potremmo decidere che non va bene’. Molto corporate, molto frustrante, molto tipico di chi vuole trasformare ogni API in un giardino recintato dove solo i loro tool ufficiali possono passeggiare. La notizia è che ora l’uso di interfacce CLI (Command Line Interface) nello stile di OpenClaw è di nuovo permesso. Per noi che passiamo la giornata tra terminali, script Python e automazioni che fanno girare i nostri progetti su Godot o gestiscono i log delle nostre stampanti 3D, questa è una vittoria della libertà d’uso rispetto al controllo centralizzato. Cosa significa concretamente per chi, come me, ama smanettare? Significa che possiamo tornare a integrare Claude direttamente nei nostri workflow più sporchi e cattivi. Potete scriptare interazioni complesse, far analizzare log di errore ai modelli mentre compilate il vostro prossimo progetto in C++, o persino creare piccoli assistenti che leggono i parametri dei vostri file di configurazione senza dover fare copia-incolla manuale come nel 1995. Certo, non dobbiamo fare l’elogio di Anthropic: questo ritorno alla normalità è probabilmente una mossa di marketing o una necessità tecnica, non un atto di generosità verso la comunità open source. Il rischio di vendor lock-in resta altissimo e la gestione delle API continua a essere un gioco di potere tra chi detiene i pesi computazionali e chi vuole solo far girare del codice. Però, per oggi, festeggiamo. Possiamo smettere di preoccuparci di violare i termini di servizio ogni volta che lanciamo un comando da terminale e ricominciare a costruire tool che funzionano davvero. Meno browser, più terminale. E che la latenza sia sempre con voi. Source: Anthropic says OpenClaw-style Claude CLI usage is allowed again

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Qwen 3.6-Max-Preview: Un altro mostro di silicio che promette di farci sudare freddo (o meno)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Mentre noi siamo qui a lottare con il firmware di un vecchio CNC che decide di ignorare i comandi o a cercare di far renderizzare un modello di Blender senza far esplodere la GPU, i laboratori di ricerca decidono di rilasciare un altro mostro di pura potenza computazionale. Il nuovo Qwen 3.6-Max-Preview è ufficialmente fuori. Per chi non fosse aggiornato (o fosse troppo impegnato a saldare un modulo ESP32), non è solo l’ennesima iterazione di un modello linguistico, ma un tentativo serio di alzare l’asticella della precisione e della capacità di ragionamento. Il comunicato ufficiale parla di ‘più intelligente e più nitido’, che tradotto dal marketing-ese significa che i parametri sono stati ottimizzati per ridurre le allucinazioni e migliorare il coding. Cosa significa concretamente per noi che passiamo le ore a debuggare script in Python o a scrivere logiche complesse per automazioni domestiche? Se la promessa è vera, potremmo avere un assistente che non si limita a sparare codice a caso, ma che capisce davvero la struttura del problema. Immaginate di poter incollare un log di errore indecifrabile di un vecchio sistema arcade e ricevere una spiegazione che non sembri uscita da un generatore di sogni febbricitanti. Però, restiamo con i piedi per terra. Sappiamo bene come funziona la danza dell’hype tecnologico. Ogni volta che esce un ‘Preview’ o una versione ‘Max’, c’è una tendenza fortissima a gonfiare i benchmark con test fatti su misura, quasi come se i produttori di CPU usassero solo software ottimizzati per i loro core. È la solita fuffa che ci fa venire voglia di tornare al bello e pulito del retrocomputing, dove se un registro non cambia, sai esattamente perché. C’è però un lato che mi eccita davvero: la capacità di questi modelli di gestire compiti multimodali e logici più complessi. Se questo modello riesce davvero a integrare meglio la comprensione del codice con la capacità di analisi strutturata, le possibilità di usarlo per generare script per Godot o per aiutarci a progettare circuiti stampati diventano enormi. Non stiamo parlando solo di scrivere mail, ma di avere un compagno di laboratorio che non si stanca mai. In conclusione: niente di magico, ma un aggiornamento che merita un test approfondito. Manderò Qwen 3.6 a faticare su qualche script di automazione per i miei vecchi plotter e vedremo se regge la pressione o se, alla prima difficoltà, torna a comportarsi come un chatbot di serie B. Nel frattempo, tenete pronti i vostri server (o i vostri notebook, se avete abbastanza RAM da non far decollare le ventole). Source: Qwen3.6-Max-Preview: Smarter, Sharper, Still Evolving

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Panic non necessari: perché il computer quantistico non spacca l’AES-128 (e possiamo dormire sonni tranquilli)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Immaginate di passare tre notti in bianco a riscrivere tutto il firmware del vostro ultimo progetto CNC, solo per scoprire che un aggiornamento software improvviso rende l’intera macchina un fermacarte inutile. Ecco, lo stesso panico sta colpendo i guru della cybersecurity, ma stavolta senza un vero motivo. Si sente girare ovunque la voce che l’avvento dei computer quantistici renderà la crittografia attuale un pezzo di antiquariato inutile, come un floppy disk in un mondo di NVMe. La narrativa dominante è: «Correte, l’AES-128 è morto, dobbiamo migrare tutto subito verso algoritmi post-quantum!». Beh, fermi tutti. Un recente articolo su Ars Technica ci ricorda che, contrariamente a quanto dicono i fan dell’hype tecnologico, l’AES-128 regge ancora benissimo anche in un mondo post-quantum. Andiamo al sodo senza troppi giri di parole. Il problema dei computer quantistici è l’algoritmo di Grover, che può velocizzare la ricerca in un database non strutturato. In termini pratici, questo significa che può ‘ridurre’ la forza di una chiave crittografica. Se prendiamo l’AES-128, l’attacco quantistico ne ridurrebbe la sicurezza effettiva a circa 64 bit. Su, non spaventatevi ancora. Sebbene 64 bit siano decisamente pochi per gli standard moderni, non è che il vostro smart fridge diventi istantaneamente vulnerabile a un hacker dall’altro lato del mondo domani mattina. Il punto è che questa ossessione per la ‘quantum readiness’ sta creando un carico di lavoro inutile e una confusione totale. Stiamo cercando di ricostruire le fondamenta della casa mentre stiamo ancora decidendo che colore dare alle pareti. La vera sfida non è tanto la chiave corta, ma la complessità di implementare nuovi standard senza creare buchi di sicurezza enormi o, peggio, introdurre un vendor lock-in che ci renda schiavi di nuovi protocolli proprietari e pesantissimi. Per noi che amiamo smanettare, il discorso è semplice: non buttate via i vostri vecchi setup o i protocolli che funzionano bene solo perché avete letto un titolo clickbait su un blog di tech-news. La sicurezza è una partita a lungo termine, non uno sprint verso l’apocalisse. Certo, è fondamentale monitorare l’evoluzione degli algoritmi, ma non c’è bisogno di buttare tutto nel cestino e ricominciare da zero se il vecchio AES-128 fa ancora il suo dovere. In conclusione: meno hype, più sostanza. Meno ansia da algoritmo quantistico e più focus su implementazioni solide, open source e, soprattutto, trasparenti. Se un protocollo è ben implementato, la resistenza alla forza bruta (anche quella quantistica) rimane un ostacolo degno di nota. Quindi, tornate pure ai vostri progetti su Godot o alla modellazione su Blender. Il mondo non sta crollando… almeno non per colpa di un bit. Source: Contrary to popular superstition, AES 128 is just fine in a post-quantum world

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Cambio di guardia in Cupertino: John Ternus prende il comando (e speriamo non solo per vendere più servizi)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Il passaggio di testimone è ufficialmente iniziato e, come spesso accade nelle grandi multinazionali, la notizia è arrivata con la precisione chirurgica di un Makefile compilato al primo colpo. Apple ha appena annunciato che Tim Cook lascerà la carica di CEO per diventare Executive Chairman del consiglio di amministrazione, lasciando il posto a John Ternus. Se seguite un minimo le dinamiche dell’azienda, saprete che Ternus non è un nuovo arrivato che ha imparato il mestiere leggendo i manuali di marketing, ma uno che conosce bene come gira il mondo dell’hardware e del software di Apple. Per chi vive di soldering, script Python e progetti custom, la domanda sorge spontanea: cosa cambia per noi? Da un lato, c’è l’elemento di speranza. Ternus è spesso associato a una visione più orientata al prodotto e all’ingegneria rispetto al focus quasi puramente finanziario e sulla gestione della supply chain che ha caratterizzato l’era Cook. Se dovesse davvero portare una ventata di ‘fame di tecnologia’ e meno ‘fame di servizi in abbonamento’, potremmo assistere a innovazioni hardware che non siano solo un refresh incrementale di un chip o un nuovo colore per l’iPhone. Dall’altro lato, però, non stiamo parlando di un movimento verso l’open source o verso la libertà di riparazione. Apple resta Apple. Il DNA dell’azienda è costruito sul controllo totale, sul walled garden e su quel vendor lock-in che a noi, che amiamo rimescolare i pezzi e creare soluzioni custom, fa venire i brividi. Non aspettatevi che domani Ternus decida di sbloccare il bootloader dell’iPad o di rendere le API di macOS accessibili a chiunque voglia fare sperimentazione pura senza passare per i loro protocolli di sicurezza ultra-stringenti. Il rischio è che la struttura aziendale rimanga la stessa: un ecosistema bellissimo, lucido e perfetto, ma totalmente impermeabile ai tentativi di chi vuole ‘aprire’ le cose per capire come funzionano. Se Ternus si limiterà a ottimizzare i margini di profitto mantenendo le stesse barriere, per noi la notizia sarà solo un altro aggiornamento di sistema che richiede mezz’ora di download e non cambia nulla nel core del problema. Speriamo solo che sotto la sua guida si torni a parlare un po’ meno di ‘user experience’ standardizzata e un po’ più di pura potenza tecnologica. Altrimenti, resteremo ancora qui a cercare workaround creativi per far funzionare due hardware di terze parti su un sistema che sembra progettato per essere un mausoleo di vetro e alluminio. Source: John Ternus to become Apple CEO

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Perché il tuo codice fa schifo (e non è solo colpa tua)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Esiste una forza invisibile che trasforma un elegante script Python in un mostro di spaghetti code impossibile da manutenere, e no, non è solo la mancanza di caffè. Sfoggiando per caso una raccolta di principi che chiamano «Laws of Software Engineering», mi sono ritrovato davanti a uno specchio deformante della mia intera esistenza da smanettone. Non è un manuale di istruzioni, ma una lista di verità scomode che governano tutto ciò che scrivi, progetti e—soprattutto—distruggi. Partiamo dalle basi, quelle che ti fanno capire perché il tuo progetto CNC o la tua nuova IA custom sono diventati un incubo. C’è la Legge di Conway, che dice chiaramente che il software riflette la struttura dell’organizzazione che lo crea. In pratica, se il team di comunicazione è un disastro, il codice sarà un disastro. E poi c’è la Legge di Brooks: aggiungere gente a un progetto in ritardo lo rende solo più in ritardo. È la fisica del software: non puoi risolvere un problema di logica aggiungendo solo forza bruta (o solo altri developer che non sanno dove mettere le mani). Ma la parte più divertente, quella che ti fa sentire meno in colpa quando il tuo sistema crasha, è la Legge di Hyrum. Dice che se hai abbastanza utenti, tutti i comportamenti osservabili della tua API diventeranno dipendenze critiche. In breve: non puoi cambiare nulla senza rompere tutto il mondo. È la fine della libertà, un vero incubo per chi ama il refactoring selvaggio. Per noi che amiamo smontare le cose, queste leggi sono fondamentali. Quando stiamo modellando un pezzo in Blender o programmando un modulo in Godot, tendiamo a cadere nella trappola dell’ottimizzazione prematura o del YAGNI (You Aren’t Gonna Need It). Ma la verità è che la complessità non scompare, si sposta soltanto, come recita la Legge di Tesler. Se non la gestisci nel design, la troverai sotto forma di bug bastardi quando proverai a compilare. Il mio consiglio? Leggete queste leggi, ma non usatele come scusa per la pigrizia. Usatele per capire dove si annida il debito tecnico e come evitare l’effetto secondo sistema, ovvero quel desiderio compulsivo di creare versioni sovra-ingegnerizzate e pesantissime di qualcosa che funzionava benissimo quando era semplice. Alla fine della fiera, resta la Legge di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Il nostro compito è cercare di far sì che quel 10% di genialità sia almeno leggibile e, soprattutto, che non esploda alla prima riga di codice che tocchiamo. Source: Laws of Software Engineering

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SciFabLab: prossime chiusure

🇮🇹 · ICTP SciFabLab · scifablab

Resteremo CHIUSI i seguenti giorni: SABATO 25 APRILE – il fablab parteciperà alla fiera dell’Elettronica e del Radioamatore di Pordenone – villaggio MAKERS, venite a trovarci lì sabato 25 e domenica 26 aprile. da LUNEDI’ 4 fino a VENERDI’ 15 MAGGIO , per gli impegni organizzativi della tredicesima Maker Faire Trieste , che vi invitiamo a visitare i giorni Sabato 9 e Domenica 10 Maggio in Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste. We will be CLOSED the following days: SATURDAY 25 APRIL – our fablab will participate to the Electronic and RadioHam Expo in Pordenone – MAKERS Village, come to visit us there Saturday 25 and Sunday 26 April. from MONDAY 4 until FRIDAY 15 MAY , we will be busy organising the 13th Maker Faire Trieste , and you are invited to visit it Saturday 9 and Sunday 10 May in Piazza dell’Unità d’Italia downtown Trieste. the past edition of Maker Faire Trieste

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