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Addio DigitalOcean: Come ho smesso di regalare soldi al cloud e sono passato al ferro vero

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Quante volte abbiamo pagato un abbonamento cloud solo per la comodità di cliccare su un tastino, ignorando che stavamo pagando un sovrapprezzo folle per servizi che non usiamo nemmeno? Oggi parliamo di una migrazione che farebbe battere il cuore a chiunque abbia mai passato una notte in bianco a configurare un server. Un team di sviluppatori (operanti in Turchia, dove l’inflazione sta facendo i salti mortali) ha deciso di dire basta ai costi esorbitanti di DigitalOcean. Il risultato? Sono passati da una droplet da 1.432 dollari al mese a un server dedicato Hetzner da soli 233 dollari. Sì, avete letto bene. Un risparmio di quasi 1.200 dollari al mese. Praticamente si pagano la cena e le componenti per la nuova CNC con la differenza. Non parliamo di un piccolo blog personale o di un server che ospita solo un bot di Telegram. Qui parliamo di roba pesante: 30 database MySQL, 34 siti Nginx, GitLab Enterprise, Neo4j e traffico live da app mobile. Una roba che se sbagli un comando rsync ti ritrovi con l’ufficio in fiamme. Il confronto tra l’hardware è quello che chiameremmo «pure dopamine». Dove prima avevano 32 vCPU e 192GB di RAM su DigitalOcean, ora hanno un mostro AMD EPYC con 48 core fisici, 256GB di DDR5 e NVMe Gen4 in RAID1. È come passare da un Raspberry Pi con una batteria scarica a un supercomputer da laboratorio. E la cosa migliore? Lo hanno fatto con zero downtime. Niente interruzioni, niente scuse, solo una migrazione chirurgica in sei fasi, ricompilando Nginx da sorgente e portando via tutti i certificati SSL con rsync come se nulla fosse. Per noi che amiamo smanettare, questa è la prova definitiva che il cloud ‘managed’ è una prigione dorata. È fantastico quando hai bisogno di scalare in due secondi, ma se il tuo carico di lavoro è stabile, restare bloccati in un ecosistema proprietario è come comprare un software a licenza chiusa invece di usare Godot o Blender: ti senti un po’ meno libero e molto più povero. La lezione qui è chiara: se hai le competenze per gestire il ferro, non aver paura di scendere dal piedistallo del cloud astratto. Controlla i prezzi dei server dedicati, guarda le specifiche dell’hardware e, se vedi che il rapporto performance/prezzo sta andando a rotoli, preparati i backup, prendi la tua lista di pacchetti e migra. Il risparmio è reale e la soddisfazione di aver configurato tutto da zero su AlmaLinux è impagabile. Occhio però, non è per tutti. Se non sai cos’è un file .ini o come si gestisce un database da 250GB senza far esplodere tutto, DigitalOcean resta la tua ancora di salvezza. Ma per chi sa dove mettere le mani, il salto verso Hetzner è la scelta più logica (e nerd) che si possa fare. Source: Migrating from DigitalOcean to Hetzner

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Claude 4.7 e l’arte di gonfiare il conto: spoiler, i token non sono quelli che sembrano

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Smettetela di fidarvi dei fogli di calcolo ufficiali che sparano i big tech: sono scritti con la stessa onestà intellettuale delle istruzioni di montaggio di un mobile IKEA senza viti. Se state dando un occhio alle ultime news su Claude 4.7, potreste aver letto che l’incremento del tokenizer sarebbe stato contenuto, tra l’1.0 e l’1.35x. Una roba gestibile, no? Un piccolo supplemento per un salto di qualità che, speriamo, valga la pena. Beh, qualcuno ha deciso di smettere di leggere i manuali e ha iniziato a misurare i dati reali, e il risultato è un bel 1.47x. In pratica, il costo del token sta correndo molto più veloce della nostra pazienza. Per noi che passiamo le notti a ottimizzare script Python o a far girare modelli locali su hardware che dovrebbe essere in pensione dal 2015, questo è un problema concreto. Non è solo questione di ‘nuova tecnologia’, è questione di budget e di efficienza del codice. Quando scrivi un prompt complesso, o quando stai mandando in loop dataset enormi per addestrare un piccolo modello custom, quel 1.47x non è un numero astratto: è puro spreco di risorse e di portafoglio. È la solita solfa: i vendor annunciano miglioramenti prestazionali che sembrano miracolosi, ma nel frattempo stanno silenziosamente cambiando le regole del gioco, rendendo il tutto più costoso e meno prevedibile. È un po’ come se comprassi un nuovo modulo per la tua CNC e scoprissi che, per far funzionare i vecchi file G-code, devi pagare un canone mensile extra per ogni millimetro di asportazione. Cosa significa per noi maker e dev? Che dobbiamo iniziare a guardare con molta più attenzione all’efficienza dei nostri input. Non possiamo più permetterci di scrivere prompt lunghi, narrativi e pienamente ‘human-friendly’. Dobbiamo tornare a pensare in modo compatto, quasi brutale. Se vogliamo far sopravvivere i nostri progetti (e i nostri risparmi), dobbiamo ottimizzare i token come se stessimo cercando di far girare Doom su un calcolatrice scientifica. Insomma, meno hype e più misurazioni. La prossima volta che leggete un comunicato stampa che parla di ‘efficienza migliorata’, preparate i vostri script di benchmarking. Perché la verità, come sempre, sta nei log di sistema, non nelle slide della presentazione. Source: Measuring Claude 4.7's tokenizer costs

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Moon Dust: Il nuovo malware hardware che ti distrugge i polmoni (letteralmente)

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Se pensate che il problema principale di un progetto fallito sia un bug nel codice o un corto circuito su una breadboard, preparatevi a rimettere in discussione le vostre priorità. Si parla di spazio, gente. E no, non di quello dove girano i satelliti Starlink, ma della Luna. Recentemente è emerso che tutti i dodici astronauti delle missioni Apollo hanno sofferto di quella che chiamano «lunar hay fever». Praticamente, un’allergia spaziale causata da una polvere che non solo puzza di polvere da sparo bruciata, ma è decisamente più cattiva di un driver non aggiornato su Windows. Il problema è la fisica, quella brutta che non puoi bypassare con un workaround. A differenza della polvere che trovate sotto il vostro banco da lavoro, quella lunare non è stata levigata dal vento o dall’acqua per miliardi di anni. È composta da particelle di silicato affilate come lame di vetro. Immaginate di far girare una smerigliatrice senza protezioni, ma con particelle microscopiche che fluttuano nell’aria perché la gravità è una frazione di quella terrestre. Un incubo per i polmoni. L’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea, per quelli che non seguono i paper scientifici) sta cercando di capire quanto sia tossico questo scenario. La polvere è carica elettrostaticamente a causa delle radiazioni solari, il che significa che ‘levita’ e si attacca a tutto. È come quel residuo di flussante che non riesci mai a pulire del tutto da una PCB, solo che qui invece di rovinare solo la saldatura, ti distrugge le membrane alveolari e può potenzialmente danneggiare persino le cellule cerebrali. Da maker, noi siamo abituati a gestire la polvere. Sappiamo quanto sia infame quando entra in un alimentatore o rovina un meccanismo di una CNC. Ma qui parliamo di un ‘hardware’ naturale che è progettato per l’erosione. Però, c’è un lato positivo (sì, cercate di non urlare): se riesci a domare questa polvere, puoi usarla per stampare mattoni o estrarre ossigeno. In pratica, è il materiale definitivo per il crafting estremo, se solo trovassimo un modo per non respirarlo. Il vero rischio per i prossimi esploratori non è il lack of budget o il marketing spazzatura delle corporation, ma l’impossibilità di creare una ‘sandbox’ sicura. Se non risolviamo il problema della sigillatura degli ambienti e della gestione dei materiali abrasivi, l’idea di una base lunare rimarrà un bellissimo render fatto male in Blender, senza alcuna possibilità di implementazione reale. Insomma, meno hype sulla colonizzazione e più ricerca sulla resistenza dei materiali. Perché se la polvere distrugge le guarnizioni delle tute e i polmoni degli astronauti, l’unica cosa che resterà è un mucchio di hardware costoso e inutilizzabile abbandonato nel vuoto. Source: All 12 moonwalkers had "lunar hay fever" from dust smelling like gunpowder (2018)

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Smettetela di vendere la nostra posizione: perché il tuo smartphone è una spia pagata

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Spostate pure i vostri router, blindate i vostri server e mettete pure sotto chiave le vostre vecchie schede SIM, perché la privacy è ufficialmente un ricordo del passato. È emerso un report piuttosto inquietante su una piattaforma chiamata Weblite (o simili sistemi di data brokerage) che sta facendo girare dati di localizzazione ultra-precisi. Parliamo di gente che può tracciare i tuoi movimenti quasi con la precisione di un GPS militare, sapendo esattamente dove ti fermi a prendere il caffè o quale ufficio frequenti. La cosa assurda? Questi dati vengono venduti legalmente a società che alimentano database per agenzie governative e privati. Il sistema è questo: un’app apparentemente innocua raccoglie i tuoi dati di posizione, li impacchetta e li rivende. Il risultato? Un mercato di ‘spyware legale’ dove la tua routine quotidiana diventa una merce di scambio. Non è solo una questione di ‘che poi non ho nulla da nascondere’ (perché, diciamocelo, tutti abbiamo qualcosa di imbarazzante sul telefono), è una questione di sicurezza strutturale. Se un attore malevolente può comprare la tua posizione, può pianificare azioni fisiche o digitali con una precisione chirurgica. La cosa che mi manda fuori di testa è la facilità con cui questo avviene. Non serve un exploit zero-day complesso; basta un contratto commerciale tra un broker di dati e un cliente con un portafoglio gonfio. Recentemente, abbiamo visto come autorità e agenzie stiano usando questi flussi di dati per monitorare spostamenti, rendendo i nostri smartphone dei veri e propri localizzatori attivi, senza che noi nemmeno ce ne accorgiamo. Per noi che amiamo la tecnologia, questo è un segnale d’allarme rosso fuoco. Non basta più limitarsi a disattivare i permessi delle app quando non servono. Dobbiamo iniziare a pensare in modo critico a ogni ‘accetta tutto’ che clicchiamo. La protezione della nostra privacy non è solo un esercizio di paranoia, è l’unica difesa che abbiamo contro un ecosistema che ha deciso che noi siamo il prodotto, e che il nostro movimento nello spazio è una commodity da scambiare in borsa. Quindi, la prossima volta che un’app di torcia o un giochino inutile vi chiede l’accesso alla posizione ‘per migliorare l’esperienza utente’, ricordatevi che state potenzialmente regalando un pezzo della vostra mappa personale a qualcuno che non vi ha mai chiesto il permesso. Source: Ban the sale of precise geolocation

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