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Eye-scanning e licenziamenti: Sam Altman sta giocando a SimCity con la nostra privacy?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel fatto che l’ultima frontiera della tecnologia sia una macchina che ti scruta le pupille per capire cosa pensi. Se non fosse già abbastanza degno di un episodio di Black Mirror, la notizia che è arrivata oggi aggiunge un carico di cinismo degno di un grande classico del cinema distopico. Pare che la startup di Sam Altman, quella specializzata in un sistema di eye-scanning che farebbe accapponare la pelle anche a un hacker professionista, stia attraversando un momento di tagli al personale. La cosa assurda? La lettera di licenziamento ai dipendenti è uscita proprio lo stesso giorno in cui OpenAI ha presentato i documenti per la quotazione in borsa. È un po’ come se il tuo server andasse in kernel panic proprio mentre stai cercando di spiegare agli investitori che tutto è sotto controllo e che il sistema è ultra-stabile. Per noi che passiamo le serate a far girare modelli LLM locali o a programmare microcontrollori per far muovere un braccio robotico, questa notizia suona come il solito pattern da startup della Silicon Valley: hype infinito, promesse di rivoluzioni antropologiche e, quando i conti non tornano o l’attenzione si sposta verso la IPO, si inizia a fare pulizia selvaggia. Il problema non è solo il lato economico. Parliamo di tecnologia di eye-scanning. Come maker, noi amiamo i sensori, amiamo raccogliere dati per far funzionare le cose, ma c’è una linea sottile tra un sensore di prossimità per una stampante 3D e un sistema che analizza le tue reazioni oculari per estrarre pattern biometrici. Qui non parliamo di open source, non parliamo di trasparenza. Parliamo di una tecnologia che, se finisce nelle mani sbagliate (o semplicemente nel database di una corporation che deve rispondere agli azionisti), diventa uno strumento di sorveglianza che fa sembrare i vecchi webcam dei monitor analogici. Inutile girarci intorno: quando il mondo del corporate-speak inizia a parlare di ‘ottimizzazione delle risorse’ mentre cerca di quotarsi in borsa, il rischio che i principi etici vengano sacrificati sull’altare del profitto è altissimo. Noi che amiamo smontare le cose, restiamo sempre un po’ sospettosi quando vediamo software che promette di ‘leggerti dentro’ senza rilasciare nemmeno una riga di codice per permetterci di capire cosa stia succedendo davvero sotto il cofano. Speriamo che i licenziati abbiano trovato qualcosa di più stimolante da fare, magari contribuendo a qualche progetto hardware veramente utile, lontano da questi esperimenti di sorveglianza oculare che sembrano usciti da un incubo di un designer di interfacce troppo ambizioso. Source: Layoffs Reportedly Hit Sam Altman’s Creepy Eyeball-Scanning Startup

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Root-Camp 2026 dal 10 al 12 Luglio

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Passi le notti a scrivere codice? L’elettronica per te non ha segreti? La meccanica è la tua passione? Allora sappi che la tua tribù ti aspetta. RooT-Camp 2026, un hacker camp nel verde della Romagna. Centro Sportivo Vasco Spazzoli, via Superga 190, Fratta Terme 10, 11, 12 Luglio 2026 Tecnologia, sicurezza informatica, intelligenza artificiale, tre giorni di talk e workshop informali con esperti del settore. Evento adatto a tutte le età, puoi portarti il il nonno, la moglie o il marito, la zia e tutti i bambini. Maggiori informazioni e iscrizioni https://rootcamp.rootclub.it

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Un carattere fuori posto e addio root: il kernel Linux ha un piccolo (ma letale) problema di battitura

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Tutto può crollare per un semplice refuso, proprio come quando scrivi un punto e virgola dove non dovrebbe stare in un pezzo di C++ e il compilatore ti urla in faccia per mezz’ora. Questa volta non parliamo del tuo codice scritto alle tre di notte dopo tre caffè, ma di qualcosa di molto più serio: il cuore pulsante di quasi tutto il mondo digitale. Una vulnerabilità ad alta severità è stata scoperta nel kernel Linux e, come suggerisce il titolo, la colpa è di un singolo carattere errato. Sì, avete letto bene. Un piccolo ‘glitch’ nel tessuto della realtà informatica che permette a un attaccante di bypassare le difese sandbox e ottenere i privilegi di root. Praticamente, un invito a cena non richiesto per chiunque voglia prendere il controllo totale della macchina. Tecnicamente parliamo di un bug di tipo ‘use-after-free’. Per chi non mastica kernel development ogni mattina, significa che il sistema tenta di usare una porzione di memoria che è già stata liberata. È come cercare di ordinare una pizza su un numero di telefono che non esiste più, ma finendo per riuscire a entrare in cucina e cambiare tutti i menu del ristorante. Il risultato? Un’escalation di privilegi che trasforma un utente limitato nel padrone assolato del sistema. Da smanettone, la cosa mi fa riflettere su quanto sia fragile l’infrastruttura su cui poggiamo tutto. Passiamo le giornate a ottimizzare script, a modellare oggetti in Blender o a configurare CNC per stampare pezzi in plastica riciclata, convinti che il sistema operativo sia una roccia indistruttibile. Invece, basta un carattere fuori posto per mandare tutto in vacca. È il classico paradosso dell’ingegneria: costruiamo cattedrali di codice sopra fondamenta che possono tremare per un errore di battitura. Cosa significa per noi? Se gestite server, lab di automazione o semplicemente avete un setup Linux che fa girare i vostri progetti Godot o i vostri server domestici, fate il check degli aggiornamenti. Non fate i pigri: patchate il kernel. Non è il caso di aspettare che qualcuno decida di testare questa falla sul vostro cluster di Raspberry Pi. In un mondo dove l’hype sull’IA e le super-app corporate ci promette sicurezza e semplicità, ricordiamoci che la vera vulnerabilità risiede nella complessità stessa. La prossima volta che vedete un errore di sintesi banale, non rideteci sopra: potrebbe essere la porta d’ingresso per il prossimo caos digitale. Source: High-severity vulnerability in Linux caused by a single errant character

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Siri AI: La fine dell’era in cui dovevi urlare al telefono per farti capire?

🇮🇹 · /root · Lamberto Tedaldi

Preparate i neuroni, perché il giardino recintato di Apple sta per espandersi in modo massiccia. Se pensavate che Siri fosse solo quella voce digitale che non riusciva a distinguere un timer da un promemoria, preparatevi a ricredervi. Apple ha appena sventolato il nuovo vessillo di ‘Apple Intelligence’ e, onestamente, stavolta non sembra solo il solito aggiornamento cosmetico per far sembrare meno vecchio il prossimo iPhone. Il succo della questione è che Siri sta ricevendo un vero cervello. Non si tratta solo di rispondere meglio alle domande, ma di una vera integrazione contestuale. Apple promette che l’assistente saprà cosa stai facendo, cosa stai guardando e saprà attingere alle informazioni dentro le tue app. Immaginate di poter dire: «Ehi, trova quel file che mi ha mandato Marco su WhatsApp e riassumilo» e farlo accadere davvero. Senza dover fare il tour guidato tra le cartelle e le chat. C’è un sacco di carne al fuoco. Parliamo di ‘Visual Intelligence’ che analizza quello che inquadri con la fotocamera, di strumenti di scrittura integrati che ti aiutano a ricalibrare il tono di una mail (utilissimo quando sei stanco dopo ore di debugging) e di una gestione delle foto che finalmente sembra intelligente davvero. E poi c’è la parte che riguarda noi: l’integrazione profonda con il sistema. La promessa è che l’IA possa interagire con le tue app, automatizzando task che prima richiedevano una serie di passaggi manuali noiosi. Però, non tutto è rose e fiori, e noi che amiamo smontare tutto non possiamo ignorarlo. Il punto cruciale è il ‘giardino recintato’. Tutto questo avviene in un ecosistema dove le regole le decide solo Apple. La privacy è il loro grande cavallo di battaglia — e onestamente, l’idea di elaborare gran parte dei dati on-device o tramite il loro ‘Private Cloud Compute’ è rassicurante — ma il rischio di un lock-in ancora più stretto è reale. Se vuoi usare queste funzioni, devi stare nel loro perimetro, con i loro chip e i loro standard. E poi c’è la questione hardware. Come al solito, per avere il meglio, dovrai probabilmente salire di un gradino (o di tre) nella gerarchia degli acquisti. Le funzioni più avanzate sembrano destinate ai chip più recenti, lasciando i vecchi compagni di viaggio un po’ in disparte. In definitiva, la direzione è quella giusta. L’idea di un assistente che capisce il contesto e non è solo un modulo di riconoscimento vocale è ciò che mancava per rendere lo smartphone davvero ‘smart’. Vedremo se la realtà sarà all’altezza del marketing o se rimarrà un’altra promessa luminosa ma difficile da domare. Intanto, io tengo d’occhio i benchmark e vedo se questo nuovo Siri saprà davvero gestire un prompt complesso senza mandare in crash l’intero sistema operativo. Source: Siri AI

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